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lunedì 27 gennaio 2014

Prima o poi mi sveglio

da Sabrina Mugnos - Una recente campagna d’esplorazione a bordo della nave oceanografica “Universitatis” e condotta da un gruppo di ricerca internazionale, che comprende il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (IAMC-CNR), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma (INGV) e l’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara, ha evidenziato la natura almeno parzialmente esplosiva del Marsili. Scoperto negli anni ‘20 del secolo scorso, il Marsili è il più grande vulcano d’Europa e del Mediterraneo (70 km di lunghezza per 30 km di larghezza e circa 3000 m di altezza), ed è localizzato sui fondali del Mar Tirreno, tra Calabria e Sicilia. Prima di tale campagna, i segni di un’attività sismica ed idrotermale già suggerivano che il Marsili non fosse del
tutto dormiente. Tuttavia, l’ipotesi più accreditata dagli studiosi era quella che da almeno 100.000 anni non ci fossero più state manifestazioni esplosive. Ma gli ultimi sondaggi effettuati dai ricercatori suggeriscono il contrario. Nelle carote prelevate, infatti, sono stati rinvenuti strati di ceneri vulcaniche, la cui composizione chimica è coerente con quella delle lave del vulcano e che sono state datate tra i 3000 ed i 5000 anni. Ciò indica, con chiarezza, che il Marsili abbia eruttato in tempi storici e che possa, verosimilmente, essere inserito nella lista dei numerosi vulcani attivi italiani. Alla luce di questi ultimi risultati, pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Gondwana Research, gli studiosi auspicano l’implementazione di un sistema di monitoraggio che possa valutare la pericolosità connessa ad una possibile eruzione sottomarina, che potrebbe inoltre dare origine a onde di tsunami in grado di impattare sulle coste tirreniche.

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